Ho iniziato a praticare quest’attività verso la fine del 2005, da quel giorno il paracadutismo è prepotentemente entrato nel mio cuore e nella mia anima. Oltre alla caduta libera ho dedicato impegno e sacrifici per progredire anche nella fase a vela aperta, con il fine di eseguire atterraggi sempre più performanti. Purtroppo la passione non basta per portare avanti un sogno, sono sempre stato un tipo ambizioso e impaziente e in questo sport, che mi regalava emozioni esaltanti, ho dovuto fare i conti con i miei limiti. Nel marzo del 2009, durante un allenamento, sono stato protagonista di un brutto incidente in fase di atterraggio, ho sbattuto violentemente a terra e il mio primo ricordo è la voce sussurrante di mia madre, in ospedale, 19 giorni dopo. Ho riportato fratture a un femore, costole e bacino ma nessun trauma cranico. Al mio risveglio dal coma i medici si sono accorti della mia cecità, ma forse la vista se ne era andata immediatamente dopo l’impatto col suolo. Dopo cinque mesi di ospedale e un bel po’ di titanio mi hanno rimandato a casa. La carrozzeria era stata miracolosamente sistemata, mentre per la perdita della vista non mi sono state date spiegazioni precise dalla medicina tradizionale. Volare, comunque, ha continuato ad animare i miei pensieri e i miei sogni. Non ho saputo resistere alla tentazione e una volta raggiunte le condizioni fisiche sufficienti ho assaggiato di nuovo l’aria, praticando un lancio tandem, vincolato cioè ad un istruttore qualificato. Ma non bastava. Negli anni precedenti avevo volato anche nel wind tunnel, un simulatore di caduta libera, costituito appunto da un tunnel verticale percorso da un flusso costante di aria che permette di replicare la condizione di caduta libera. Non ho dato retta a chi mi diceva che non sarei stato in grado di gestire tale situazione, ero fortemente determinato e ormai convinto che i limiti dell’uomo e la sua forza partono entrambi dalla mente. Io, in quel momento, non avevo intenzione di porre limiti alle mie possibilità, alla mia fantasia e alla mia vita. Ho studiato insieme ad un istruttore una strategia per comunicare, visto che all’interno della macchina il forte rumore non permette una normale comunicazione a voce e ci siamo quindi recati nel Regno Unito per volare. Pochi minuti prima del mio turno mi sentivo carico e determinato, attorno a me invece, anche se non vedevo i volti della gente, percepivo una certa tensione. Sono entrato e la prova più dura è stata proprio nei primi minuti: mi sono sentito completamente spaesato, senza possibilità di un preciso controllo della situazione. Grazie a incoraggiamenti ed alcuni respiri profondi ho continuato a provare e, verso la fine della prima ora di volo, stavo eseguendo gli stessi esercizi di cui ero capace fino a prima dell’incidente. Nemmeno uscito da quest’ultima sessione non potevo vedere le facce dei miei compagni, ma l’elettricità e l’entusiasmo che si era diffuso in tutto il gruppo mi ha fatto provare una sensazione di soddisfazione indescrivibile. Ho così continuato con gli allenamenti nei mesi successivi, arrivando ad eseguire figure sempre più complesse, per le quali mi sono avvalso di un interfono bluetooth, che mi ha in parte permesso di comunicare con l’istruttore mentre volavo all’interno del tunnel. Dopo la prima trasferta in Inghilterra mi sono domandato a cosa avrebbe portato questa novità, quale era il senso di ciò che stavo facendo e di quello che avevo fatto. Il wind tunnel è una giostra tanto divertente quanto costosa e, a mio avviso, se non contestualizzata nell’ambito sportivo del paracadutismo perde di significato. Le risposte alle mie domande sono le emozioni che ho suscitato nelle persone che erano con me quando volavo, è la speranza di cui il mondo d’oggi ha bisogno, la consapevolezza che il caso è solo una scusa per sollevarci dalle nostre responsabilità. Siamo noi gli autori del nostro destino. Voglio lanciare un messaggio a tutti coloro che si abbattono e che non riescono più a vedere un domani degno di essere vissuto. Credo di essere l’unico non vedente che vola in un tunnel, so per certo invece che esistono persone non vedenti ben più forti e in gamba di me che hanno portato a termine opere grandiose, serve solo la forza e il coraggio di rischiare.
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L’inclusione è uno degli obiettivi della Fondazione Sinapsi, che non vuole confondersi con l’iperprotezione, ma che vuole significare discriminazione per nessuno, dignità per tutti, insieme alla possibilità di accedere ad esperienze di piacere e benessere.