Giocavo con altri bambini ma con una strana paura che mi pestassero i piedi e mi sbattessero a terra. Avevo incubi e un sogno ricorrente: cadere da un letto altissimo. Vennero altri sogni in cui cominciai a volare nella mia stanza, sulla piazza del mio paese, sui dirupi anche con cadute improvvise. Poi comparvero in casa scatole e scatoloni di tutti i tipi e cominciai a percuoterli da solo ed in compagnia. Uno zio mi regalò una batteria giocattolo e cominciai ad organizzare il mio percuotere. Mio padre (musicante polistrumentista e macchiettista) mi comprò la prima batteria. Mio fratello alla fisarmonica guidava le esecuzioni e io di quattro anni lo seguivo con cura; il suo suonare mi dava fiducia e mi trascinò col liscio e le canzonette napoletane anni 50 e 60. Quel bambino timido stava cercando, esplorando un mondo affascinante con poca tecnica e tanta emozione in gola; suonava anche in pubblico e spesso controvoglia per l’eccessiva attenzione che gli spettatori davano a quei due piccoli che riuscivano a far ballare e intrattenere simpaticamente. Una volta, intervistato su di un palco da un noto presentatore televisivo, alla prima domanda scoppiai a piangere e suonai in lacrime tutto il pezzo successivo coi fotografi addosso che riprendevano la strana esibizione. Quel bambino ha smesso di piangere, gli scatoloni della sua infanzia si sono trasformati in un ricco strumentario fatto di decine di tamburi e percussioni di tutti i tipi che accompagnano il suo lavoro di animatore musicale e di formatore. Ha fatto incontri significativi e bellissimi grazie a suoni e rumori che lo hanno sedotto e inseguito per tanti anni. Musica acerba, ruspante, imperfetta, popolare. Musica da ballo, funzionale, a volte rituale, in anni in cui sposalizi, battesimi, cresime erano ancora eventi comunitari e non solo familiari. Musica senza studio. Studi d’altro tipo son poi venuti, perché quel ragazzo timido aveva altre curiosità e ha incontrato la disabilità in persone assai vicine, decidendo che con quelle persone si poteva far musica: relazioni in musica, autobiografia e carta d’identità musicale, produzioni originali, improvvisazioni canore, ascolto, gioco…e che musica! Non quella esibizionistica e narcisistica che caratterizza spesso il professionista concertista ma musica altra, dell’altro che si aspetta non solo emozioni ma un aiuto concreto nel suo percorso di crescita. Studiare musicoterapia ha sollecitato ulteriori interessi non per fare il terapeuta ma per navigare meglio tra i suoni e imparare a pensare attraverso suoni, immagini e movimento. Quei tamburi hanno viaggiato e fatto incontri importanti. Le pelli di quei tamburi hanno toccato, sfiorato, graffiato tante persone in difficoltà ed hanno accolto la gioia, la sofferenza, il sudore e le lacrime di chi tenta una qualche forma di comunicazione, un contatto autentico. La nostra pelle, confine con l’esterno e la pelle dei tamburi territorio da esplorare da solo e con altri. Pelle a pelle, un suono profondo che ti scuote, ti anima e insegue una relazione anch’essa profonda. Risonanza cercata con sofferenza, a volte in solitudine. Quel bambino nascosto dietro i tamburi mi guarda da lontano e non più in lacrime mi dice…Meno male che c’è musica a questo mondo!
|
Il laboratorio con il Soundbeam® è valutato molto più che positivo. I ragazzi in principio molto titubanti e curiosi nei confronti del nuovo strumento