Senza arrivare alla deformazione del gioco che produce dipendenza l’uomo non gioca più ma è giocato, ciò che è occasione di libertà diventa rischio di grave disordine sociale, mi piacerebbe suggerire una lettura del gioco come fenomeno sociale.
Esco dal casinò, guardo in un taschino del panciotto mi balla ancora un gulden: «Ah, dunque avrò di che pranzare» pensai, ma fatti un centinaio di passi, mutai partito e tornai indietro. Puntai quel gulden sul manque (allora mi ero attaccato al manque), e davvero avvertii qualcosa di particolare quando, solo, in un paese straniero, lontano dalla patria, dagli amici e senza sapere che cosa mangerai oggi, punti l’ultimo gulden, ma proprio l’ultimo, ultimo gulden! Vinsi e dopo venti minuti uscii dal casinò con centosettanta gulden in tasca. È un fatto! Ecco che cosa può significare a volte, l’ultimo gulden! Che cosa sarebbe avvenuto se allora mi fossi perso d’animo, se non avessi osato decidermi?… Domani tutto finirà! (F. Dostoevskij Il Giocatore)
I comportamenti di gioco
I comportamenti di gioco costituiscono una realtà complessa a cui si possono attribuire innumerevoli significati. Possono anche essere utilizzati come lenti che permettono di leggere la società nelle sue pieghe più interne. Storia e vicende del gioco pubblico in Italia sono state oggetto di studio e ricerca da parte di Giuseppe Imbucci, Docente di Storia contemporanea, di Storia del Mezzogiorno e di Storia economica presso le facoltà di lettere e Filosofia, di Magistero e di Scienze della Formazione dell’Università di Salerno.
L’Osservatorio Internazionale sul Gioco all’Università degli Studi di Salerno
Imbucci ha dedicato molti anni della sua attività di ricerca alla questione, fondando presso l’Università di Salerno un Osservatorio internazionale sul gioco. In occasione del decennale della sua scomparsa, L’Università di Salerno ha promosso un convegno il 14 ottobre scorso su vecchie e nuove povertà, per ricordare il metodo e le numerose pubblicazioni tuttora imprescindibili sulla questione del gioco pubblico. Insieme a Paolo Macry, professore ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università Federico II di Napoli, ha avviato un approccio storiografico al tema fino ad allora oggetto di studi sociali ma confinato a fenomeno di costume su cui gravava un pesante giudizio morale. Macry ha scandagliato il gioco del Lotto napoletano tra Settecento e Ottocento facendo emergere il profilo del singolo giocatore: perché le persone rischiano i propri denari nella sfida alla fortuna, quali sono le procedure cognitive dei singoli giocatori ed anche qual è il contesto in cui operano, qual è l’atteggiamento dello Stato quali politiche Pubbliche mette in atto che interagiscono con i comportamenti delle persone. Le stesse pratiche di gioco documentano la combinazione tra esperienze, tensione emotiva e ragioni economiche; è interessante seguire come questo lavoro di ricerca smonti il luogo comune che considerava il gioco d’azzardo la grande speranza collettiva.
Il gioco del lotto
La consuetudine del Lotto a Napoli tra Settecento e Ottocento porta a fronte di giocate estremamente frammentate spesso realizzate con prestiti del banco, piccoli guadagni che si intrecciano alla speranza talvolta realizzata di una vincita dignitosa che a sua volta si intreccia al miraggio del terno.
Oltre il 90% delle vincite sembrano lontane dal mitico Primo premio di una lotteria. (P. Macry Il Lotto tra emozioni e Mercato in Il gioco pubblico in Italia a cura di G. Imbucci Marsilio 1999)
Le funzioni sociali e biologiche del gioco
Dall’analisi comparata dei comportamenti di gioco di Napoli, Roma e Milano effettuata dal 1963 al 1998, Imbucci fa emergere le tre funzioni sociali del gioco: la funzione ludica che comprende quei comportamenti connessi alla natura stessa del gioco.
…nel periodo del miracolo economico ad esempio, il senso di colpa individuale e collettivo ha allentato i suoi freni inibitori consentendo un maggior consumo di gioco…Il superfluo ha acquistato diritto di cittadinanza e con esso il gioco…
Il gioco ha anche una funzione biologica: è vitale perché aiuta a vivere nei momenti di crisi. Le illusioni in questo caso compensano il vuoto delle speranze sociali e aiutano a vivere.
La funzione regressiva del gioco
Vi è poi un eccesso che sfocia in un’ulteriore funzione: quella regressiva. Si scivola dalla funzione biologica a quella regressiva quando il costume di gruppo sollecitato dalle proposte del mercato mobilita le censure del senso di colpa. Si è indotti al gioco da una nuova morale permissiva e facilmente dall’abitudine al gioco si tracima nella coazione a ripetere (Imbucci). Il consumo di gioco, dunque, non è innocente e non è frutto soltanto delle leggi di mercato. In concomitanza di crisi economiche si rilevano maggiori consumi e con maggiore frequenza questi consumi diventano patologici. Perché in presenza di crisi il senso di colpa consente anziché vietare maggiori consumi? Imbucci sostiene che la risposta è nell’essenza stessa del gioco, nel suo essere insulare. Il gioco ha una sua dimensione di spazio e di tempo che lo differenzia dalla serietà della vita. La fede nei numeri, il calcolo delle probabilità, la fiducia nella propria abilità inducono i giocatore a scommettere sul futuro.
Il gioco apre al futuro perché promette speranze. Il gioco è utile perché garantisce la prospettiva del futuro.
Nell’immagine è raffigurato un Paul Cézanne: I giocatori di carte — Olio su tela (47×56 cm) — Musée d’Orsay di Parigi.