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Gioco… Mi diverto… Cresco!

16 Novembre 2015
Il gioco è colloquio permanente tra il corpo, la mente, il proprio ed il mondo emotivo dell’altro. L’effetto principale di un’attività ludica è la conoscenza, il contatto con l’altro da noi.

Gioco… Mi diverto… Cresco!

16 Novembre 2015
Il gioco è colloquio permanente tra il corpo, la mente, il proprio ed il mondo emotivo dell’altro. L’effetto principale di un’attività ludica è la conoscenza, il contatto con l’altro da noi.

Questi aspetti, che appaiono quasi ovvi se si parla di un bambino “normale”, risultano meno scontati se colui che gioca è un bambino con disabilità; ecco che il gioco inevitabilmente si spoglia della sua dimensione di divertimento e spontaneità, divenendo momento istruttivo e riabilitativo.

Giocare è un’opportunità

Il gioco, nella sua accezione più nobile, non dovrebbe avere in sé nessun tipo di velleità produttiva, né giudicante, dovrebbe essere centrato sull’azione in sé e non sulla correttezza della risposta. La voglia di comunicare, la curiosità, la motivazione ed il piacere all’azione sono sviluppate allo stesso modo nel bambino con disabilità e in quello cosiddetto “normale”; la differenza sostanziale risiede nelle opportunità che noi adulti concediamo agli uni ed agli altri.

Predisporre spazi e materiali

Con bambini che presentano disabilità sensoriali, cognitive e/o motorie può sembrare molto complesso immaginare attività di gioco che il bambino possa svolgere da solo o condividere con i suoi pari. L’allestimento di spazi gestibili in autonomia, l’uso di materiali/giochi adeguati alle competenze percettive del bambino e l’introduzione di strategie facilitanti per una più immediata condivisione con il gruppo dei pari sono gli aspetti fondamentali per poter creare momenti di gioco spontaneo, condiviso e non, rivolto a tutti i bambini. In particolare con bambini affetti da un’importante compromissione visiva è importante l’impiego di stimoli multisensoriali, di tipo tattile ed acustico, il proporre giochi e giocattoli gradualmente, spiegare costantemente quanto viene fatto e ciò che accadrà successivamente, per permettere al bambino di essere sempre presente agli accadimenti che non può cogliere con la vista. Anche oggetti di uso comune (direi in primis questi) rappresentano la scelta più vasta e varia possibile, perché permettendo al bambino di attivare processi di simbolizzazione, di immaginazione e di creatività.

Il gioco come momento di crescita

Il giocare da solo per un bambino con disabilità visiva costituisce un momento importantissimo per la sua formazione perché permette l’elaborazione ed mettere in pratica delle competenze e delle abilità conquistate, ma è anche momento fondamentale per l’ideazione di nuove strategie. Particolare rilievo riservo ai giochi motori, giochi che spesso vengono ritenuti secondari per i bambini con disabilità visiva soprattutto nell’ambito scolastico. Il professore Augusto Romagnoli agli inizi del secolo ha centrato le sue riflessioni pedagogiche sul gioco e sul movimento, intesi nel loro significato più profondo, vale a dire come atto di conciliazione con la vita e con il mondo. Il pensiero di un bambino con disabilità visiva grave, se non è supportato dall’azione perde di significato; egli sa di poter fare perché agisce sulla realtà, modificandola e diventando attore protagonista. Se l’ambiente si trincera dietro alibi legati all’incolumità, trasformando il bambino in un oggetto di cristallo, lo priva di un aspetto fondamentale della sua esistenza e della sua formazione, relegandolo ad un’esistenza caratterizzata dalla mortificazione del desiderio e da una sedentarietà inoperosa e verbalistica. Le attività di gioco motorio permettono al bambino disabile visivo di sperimentare una vita ricca e variegata al livello percettivo, immaginativo e fantastico, così il fanciullo — sosteneva Romagnoli — avrebbe conosciuto la bellezza del mondo, se ne sarebbe innamorato, superando di slancio il limite angusto di una vita introversa e rinunciataria.

Giocare è un diritto… Ma anche un dovere!

Nonostante siano trascorsi decenni da queste preziose indicazioni e il bambino con disabilità visiva sia stato incluso nella scuola di tutti, questi aspetti fondamentali sono spesso trascurati, se non addirittura ignorati dal mondo adulto. Il gioco è un piacere, ma è soprattutto un diritto per i bambini, per tutti bambini, così come sancito dall’articolo 31 della Convenzione sui diritti dell’infanzia, emanata dall’ONU il 20 novembre 1989, ratificata dal governo italiano il 2 maggio 1991 con la legge 176. Ma se giocare è un diritto, allora deve essere anche un dovere, non solo per i bambini stessi, ma anche e soprattutto per tutti gli adulti, educatori ed enti istituzionali, affinché si adoperino per la sua piena realizzazione; come sostiene il filosofo francese Edgar Morin:

le cose non sono solamente cose, sono entità legate inscindibilmente all’ambiente…

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